BES temporanei: cosa sono e come supportarli in classe
Quando parliamo di BES – Bisogni Educativi Speciali – è quasi immediato pensare a certificazioni, diagnosi e categorie ben precise. Ma non sempre è così. Ci sono alunni che, pur non avendo una disabilità o un disturbo specifico dell’apprendimento, possono attraversare un momento della loro vita in cui hanno bisogno di attenzioni particolari. Anche solo per un periodo limitato.
Le tipologie di BES
La scuola italiana riconosce ufficialmente tre grandi categorie di BES:
-
Disabilità: alunni certificati ai sensi della Legge 104/92.
-
Disturbi specifici di apprendimento (DSA) e altri disturbi evolutivi specifici: con diagnosi ai sensi della Legge 170/2010 (dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia).
-
Svantaggio socioeconomico, linguistico e culturale: legato a difficoltà familiari, condizioni economiche precarie, lingua madre diversa dall’italiano, percorsi migratori complessi.
Accanto a queste categorie più “stabili”, c’è però un’altra realtà meno evidente ma altrettanto importante: quella degli alunni che presentano BES temporanei.
Quando un alunno ha un BES “temporaneo”
Può capitare che un bambino o un ragazzo, per un periodo della sua vita, viva una situazione che influisce fortemente sul suo benessere e sul rendimento scolastico. Alcuni esempi:
-
un lutto familiare o una separazione conflittuale dei genitori;
-
un trauma, una malattia o un ricovero prolungato;
-
un recente trasferimento o un cambio di scuola improvviso;
-
periodi di forte ansia o disagio emotivo;
-
esperienze di bullismo o esclusione dal gruppo dei pari.
In questi casi non ci sono diagnosi o certificazioni, ma resta il bisogno di essere compresi, accolti e sostenuti.
Come aiutare un alunno con BES temporanei
La risposta educativa non passa attraverso etichette, ma attraverso la sensibilità degli insegnanti e della comunità scolastica. Alcuni interventi possibili:
-
Accoglienza e ascolto: un alunno che vive un momento di difficoltà ha innanzitutto bisogno di sentirsi visto e riconosciuto. Accogliere significa creare uno spazio sicuro dove le sue emozioni trovano posto senza giudizi o pressioni. Può bastare un dialogo individuale, un tempo di ascolto durante la giornata, o attività di espressione come il disegno o la scrittura. Quando un alunno percepisce che l’adulto è disponibile ad ascoltarlo, si abbassa il livello di ansia e aumenta la fiducia reciproca.
Flessibilità didattica: in periodi delicati, i compiti e le verifiche possono diventare un peso eccessivo. La scuola inclusiva non rinuncia agli obiettivi, ma li rende raggiungibili. Questo significa modulare la quantità dei compiti, proporre attività più brevi o con tempi più lunghi, scegliere modalità alternative di verifica (orale al posto dello scritto, lavori pratici al posto di questionari). La flessibilità non è un “regalo”, ma un modo per permettere a ciascun alunno di non sentirsi escluso o sopraffatto, consentendogli ugualmente di raggiungere gli obiettivi prefissati.
-
Valorizzazione dei punti di forza: in momenti di fragilità, un alunno rischia di percepirsi solo attraverso le proprie difficoltà. L’insegnante ha il compito di evidenziare ciò che sa fare, le competenze che possiede, i successi che ottiene anche nelle piccole cose. Ricevere feedback positivi, essere riconosciuto per un talento o un contributo specifico (un disegno, una risposta corretta, un gesto collaborativo) rafforza la fiducia in sé e diventa motore per affrontare il resto.
-
Collaborazione scuola-famiglia: un ragazzo non vive a compartimenti stagni: ciò che accade a casa si riflette a scuola e viceversa. Ecco perché è fondamentale un dialogo costante tra insegnanti e famiglia. Condividere osservazioni, difficoltà, ma anche strategie di supporto può creare un’alleanza educativa preziosa. In questo modo il bambino si sente sostenuto su entrambi i fronti, senza vivere contraddizioni o incomprensioni.
-
Coinvolgimento del gruppo classe: l’inclusione non riguarda solo l’adulto, ma anche i compagni. Attività di gruppo come il cooperative learning, il circle time o i lavori a coppie permettono di costruire un clima accogliente in cui nessuno resta indietro. Il gruppo classe può diventare un importante fattore di protezione, offrendo sostegno naturale e spontaneo. Se il bambino vive un lutto, un trasloco o un periodo difficile, sentirsi accolto dai pari è un passo fondamentale verso la serenità.
-
Osservazione continua: non sempre è chiaro se un bisogno educativo sia transitorio o preluda a difficoltà più durature. L’osservazione sistematica da parte degli insegnanti aiuta a monitorare l’andamento: i segnali di miglioramento, di stabilità o di peggioramento. Annotare progressi, difficoltà, reazioni alle strategie adottate consente di capire se si tratta di una fase passeggera o se occorre attivare percorsi di approfondimento e valutazione più specifici.
Conclusione
Una scuola inclusiva non è solo quella che adempie agli obblighi normativi, ma quella che sa guardare ogni alunno nella sua unicità, cogliendo i momenti di fragilità e offrendo il giusto sostegno.
Perché ognuno, nel corso della vita, può avere bisogno di attenzioni speciali. E il compito della scuola è esserci. Sempre.
✨ Se questo articolo ti è stato utile, condividilo con colleghi e genitori interessati al tema dell’inclusione: più siamo consapevoli, più possiamo fare la differenza!
💬 E tu? Hai mai incontrato alunni che hanno vissuto un periodo di BES “temporaneo”? Come li hai sostenuti? Raccontamelo nei commenti, così costruiamo insieme uno spazio di confronto! Grazie ❤
Prof. Giuliana
Commenti
Posta un commento