Docente di sostegno o docente per l’inclusione? Cambia il nome, non la sostanza




Negli ultimi tempi si sente sempre più spesso parlare di un possibile cambiamento: il docente di sostegno potrebbe essere definito “docente per l’inclusione”.

Una variazione terminologica che, almeno in apparenza, sembra solo formale. Ma chi lavora nella scuola sa bene che le parole non sono mai neutre. Dietro ogni nome c’è una visione, un’idea di ruolo, un modo di intendere la didattica e le relazioni.

E allora mi sono fermata a pensarci.

Davvero cambia qualcosa?

Perché, a ben guardare, il docente di sostegno è sempre stato, o avrebbe dovuto essere, un docente per l’inclusione.

Non è mai stato "l’insegnante dell’alunno con disabilità". Non nasce per lavorare in modo isolato, né per occuparsi solo di un singolo studente. Il suo compito è sempre stato molto più ampio: costruire ponti, facilitare la partecipazione, rendere accessibile la didattica, aiutare la classe a diventare un contesto in cui tutti possano trovare il proprio spazio.

Inclusione, appunto.

Eppure, nella pratica quotidiana della scuola, sappiamo che non sempre è andata così.

Il docente di sostegno è stato spesso percepito come una figura "di supporto" al singolo, quasi come se la responsabilità educativa di quell'alunno fosse affidata solo a lui. A volte è stato messo ai margini della progettazione didattica, altre volte è stato chiamato a "compensare" ciò che il sistema non riusciva a garantire.

Una delega, più che una corresponsabilità.

Forse è proprio da qui che nasce l’esigenza di cambiare nome. Non per ridefinire il ruolo, ma per riportarlo alla sua essenza. Parlare di "docente per l’inclusione" significa provare a spostare lo sguardo: non più una figura legata a un bisogno specifico, ma un professionista che lavora per rendere la classe un ambiente accessibile e partecipato per tutti.

Ma basta davvero cambiare una parola?

Probabilmente no.

Perché l’inclusione non si costruisce con le etichette. Si costruisce con la cultura professionale, con la progettazione condivisa, con la capacità di lavorare insieme. Si costruisce quando tutti i docenti si sentono responsabili di tutti gli alunni, non quando esiste qualcuno a cui affidare ciò che è più complesso.

Il punto, allora, non è come si chiama questa figura.

Il punto è che idea di scuola abbiamo.

Se pensiamo a una scuola in cui ognuno lavora per conto proprio, allora continueremo a vedere il sostegno come qualcosa di separato, anche cambiandogli nome. Se invece immaginiamo una scuola che progetta insieme, che non delega, che considera la diversità una risorsa e non un problema da gestire, allora quel docente è già, di fatto, un docente per l’inclusione.

Forse la verità sta proprio qui: non lo diventa perché cambia definizione. Lo è sempre stato, ogni volta che lavora dentro una comunità professionale che condivide responsabilità, scelte e obiettivi.

Personalmente continuo a pensare che la questione non sia terminologica.

L’inclusione non è un ruolo.
Non è una figura.
Non è una specializzazione.

È un modo di fare scuola.

E finché verrà percepita come qualcosa affidato a una sola persona, continueremo a chiamarla sostegno. Anche se useremo parole diverse.

La domanda, allora, non è se cambierà il nome.
La domanda è se la scuola è pronta, davvero, a cambiare sguardo.


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Ci vediamo lì. 🌱

Prof. Giuliana 

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